GIULIO ANDREETTA A VITTORIO VENETO - INTERVISTA



Sabato 22 Febbraio, alle ore 18, presso la Sala del Castrum di Serravalle a Vittorio Veneto, avrà luogo la presentazione di una raccolta di poesie, intitolata Non è più tempo di amare. Il libro, pubblicato di recente dall’editore Il Torchio di Padova, è del padovano Giulio Andreetta, musicista e scrittore. Oltre all’autore sarà presente il professor Livio Billo, saggista e docente di Storia dell’Arte presso l’Ateneo padovano, a cui è affidata la conduzione della serata, e l’attrice Luisa Baldi che interpreterà alcune poesie. Come si legge in copertina questa raccolta rappresenta una sorta di racconto, dai contorni sfumati, di un momento cruciale della vita dell’autore. I temi che vengono evocati, in forma implicita, sono quelli dell’amore, del linguaggio e del passaggio del tempo. Andreetta suonerà inoltre al pianoforte alcune sue composizioni.

 

L’evento si svolgerà nella Sala Sofia del Castrum di Serravalle – Via Roma 21 – Vittorio Veneto

Contributo € 5

E’ consigliata la prenotazione dato il limitato numero di posti

Per prenotazioni 3484238334

 

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GIULIO ANDREETTA TRA MUSICA, POESIA E ARTE. INTERVISTA

 

Di Luca Mantovanelli

 

Molte sorprese sembra riservare la figura di un giovane pianista veneto  dal solido talento e nei cui concerti riesce sempre a trasfondere un personale carisma  che nel corso degli anni ha iniziato a maturare una propria visione poetica ed estetica della vita oltre che dell’arte. Della musica e dell’arte in genere, il suo animo profondo e inquieto riesce a cogliere con naturalezza i lati tenebrosi e dionisiaci, e forse proprio da qui parte il suo modo di affrontare gli enigmi che musica e arte gli sottopongono. Sto parlando di Giulio Andreetta (Padova, classe 1985), ora non più solo pianista e docente di pianoforte, ma anche compositore, filosofo della musica e poeta  è appena uscita la sua raccolta Non è più tempo di amare, editrice Il Torchio, di cui ho avuto il piacere di scrivere la Prefazione. Gli ho sottoposto, a breve distanza da quella pubblicazione, alcune mie curiosità.

 

Partiamo proprio dalla poesia: quali sono i poeti a te più cari, e perché?

 

Sicuramente, visto che sono italiano e non mi piace molto leggere la poesia in traduzione, Giacomo Leopardi. E’ sicuramente il poeta che sento più vicino e affine alla mia sensibilità. Ma direi quasi a pari merito Ungaretti per la sua densità espressiva e Montale per la sua raffinatezza temperata da un forte e nobile sentimento. Amo tanto anche Petrarca, per la sua originalità, per quel suo tentativo stupendamente riuscito di andare oltre lo spirito del suo tempo. E’ considerato infatti uno dei primi umanisti in un’epoca ancora saldamente legata ad una prospettiva religiosa e metafisica. Tra gli stranieri adoro Fernando Pessoa, Charles Baudelaire, Sylvia Plath, e, anche se non strettamente un poeta, Emil Cioran. Tra i mistici mi piace leggere le poesie di San Giovanni della Croce.

 

 

La raccolta di quelli che nella Prefazione ho indicato come “frammenti d’anima” (i tuoi versi), è dedicata alla memoria di tua madre. In essi traspare un animo pieno di dignità, senza dubbio sofferente, ma anche combattivo e carico di stimoli proiettati verso il futuro. Quale è stato il tuo stato d’animo quando hai visto che l’ispirazione continuava, man mano che li componevi, e hai compreso che ne sarebbe potuta venir fuori una raccolta?

 

Esattamente, è successo proprio così! Era la torrida estate del 2017. All’inizio non pensavo che ne sarebbe potuto venir fuori un lavoro organico. Scrivevo ogni qual volta sentivo di avere un’ispirazione, a matita, su qualsiasi pezzo di carta avevo a portata di mano, anche sul retro degli scontrini della spesa. All’epoca non avrei mai pensato di pubblicare quelle poesie. Scrivevo perché ne avvertivo la necessità per me. Però a mano a mano che procedevo, leggendo distrattamente quello che era venuto fuori, sempre senza esserne del tutto soddisfatto, pensavo che forse ne sarebbe potuto nascere qualcosa di buono. Quando poi ho scritto l’ultima poesia, ero in viaggio a Roma, lontano da casa, mi sono messo a rileggerle tutte, e quasi magicamente è comparso un filo sottile che sembrava legare ogni poesia a quella successiva. Sembrava quasi emergere un racconto, non riguardante fatti esteriori, di un momento di stallo, di indecisione.

 

 

 

Dei vari stati d’animo espressi in Non è più tempo di amare, quale è quello che senti più diffuso nella società d’oggi e che ti fa sentire come ‘parte di un tutto’, e quale invece senti ti è più proprio e che ti distingue?

 

Penso che tra tutti gli stati emotivi che vengono evocati nelle poesie non ci sia nulla che mi appartenga in quanto tale, né di particolarmente originale. I sentimenti appartengono al genere umano in modo universale. Inoltre le emozioni sono volubili e scompaiono in fretta così come sono arrivate. Il me stesso di oggi non è sicuramente il me stesso di due anni e mezzo fa. Per tentare di rispondere alla domanda quello che forse può essere interessante per chi legge la raccolta è l’approfondimento di uno stato d’animo che - come sosteneva Schopenhauer – oscilla tra il dolore e la noia. Penso che molti individui di questa mia generazione, ma anche di quelle a me prossime, possano provare quello che ho evocato nelle mie poesie. Tuttavia l’espressione dei propri sentimenti, specie se sono di quelli che comunemente vengono considerati negativi, è in genere censurata da questa nostra società. E quindi direi che ciò che distingue chi scrive poesie non sia tanto nel provare determinati stati d’animo, quanto di approfondirli, di riuscire poi a far emergere da questo guazzabuglio qualcosa da mettere in poesia, e dunque di esternare un qualcosa che altrimenti cadrebbe in una sorta di rimosso collettivo. In un certo senso mi sembra proprio, che, a volte, questa nostra società ci imponga di girare per le strade con un sorriso a 32 denti, e proprio per evitare problemi. Tuttavia, al di là della maschera che ognuno di noi deve indossare per forza di cose in determinati contesti, il ruolo del poeta è proprio quello di indagare questo enorme ed eclatante rimosso, secondo me.

 

 

Ti nomino alcune classiche teorie sul destino: Caso, Capriccio del destino, Libero arbitrio, Predeterminazione, un Dio…tu cosa metti al centro delle tue convinzioni?

 

Ci penso spesso. Ma non credo di avere particolari convinzioni in merito. Penso che questo sia uno di quei classici enigmi insolubili, che continuerà a rimanere tale per sempre o comunque per molto tempo. Spinoza diceva che tutto è predeterminato, e forse, sotto una prospettiva scientifica tutto può apparire predeterminato da una serie di cause che producono certi effetti. La prospettiva cristiana, invece, rivendica il libero arbitrio. Secondo me è giusto che ognuno la pensi come vuole.

 

Parlando invece di musica, cosa rappresenta per te la musica, e qual è stata la circostanza che ti ha fatto capire che sarebbe stata quella la tua strada?

 

La musica per me rappresenta un momento di libertà. Fortunatamente le parole stanno sempre piuttosto lontano dalla musica, anche da quella che accompagna un testo. Le parole assumono sempre un significato diverso, se si presta attenzione, a seconda della musica che le sostiene. E quindi per me la musica rappresenta realmente l’Assoluto, o quel qualcosa di cui, secondo Wittgenstein, ad esempio, non si può dir nulla. E per fortuna che non si può dir nulla!

La musica, quando è di alto livello, e cioè espressione profonda dell’arte, ha sempre a che vedere con uno sguardo mistico, sacro, non compromesso con il linguaggio della quotidianità. La musica deve essere un disvelamento di una verità più profonda di qualsiasi parola o di qualsiasi discorso. Ma l’ascolto di una musica simile richiede concentrazione, attenzione, partecipazione e non può essere consumata distrattamente. Oggi c’è inoltre, secondo me, la tendenza ad ascoltarne troppa. Ma così si perde veramente il contatto con quel momento sacrale, unico e irripetibile che dovrebbe connotare l’esperienza di ascolto.

La circostanza in cui ho capito che sarebbe stata la mia strada risale ai miei 19 anni. Decisi di lasciare la facoltà di Medicina di cui ero studente a Padova, per dedicarmi totalmente alla preparazione dell’esame di diploma in pianoforte al Conservatorio. Una scelta senza dubbio difficile, ma non me ne sono mai pentito.

 

 

Cosa rappresenta per te il passato e volgerti verso di esso (cosa per te abituale e naturale)? Non penso solo ai compositori del passato che interpreti e studi, o ai filosofi, o ai poeti, ma anche, per esempio, alla tua visione della guerra (della Prima Guerra Mondiale per l’esattezza) trasfusa in una delle tue recenti composizioni, Voci di Guerra, per pianoforte, orchestra e coro… Oggi molti giovani sono più propensi a considerare il presente e il futuro… e magari dal passato estrapolano purtroppo solo qualcosa che più gli interessa (magari gravitando nell’ambito dello stereotipo, in modo molto superficiale o strumentale), ma senza un vero e proprio amore per il passato. Quali sono gli aspetti del passato che ti interessano di più, e perché?

 

Senza conoscenza del passato non può esserci futuro. E’ per questo che dal mio punto di vista, a livello educativo, bisogna insistere molto con la storia e la filosofia. Fin da piccolino, quando in Trentino guardavo i ruderi delle fortificazioni austro-ungariche della prima guerra mondiale, mi immaginavo la vita di quei poveri soldati la cui esistenza era oggettivamente appesa ad un filo, dentro quei blocchi di cemento armato che rischiavano però di crollare a causa delle bombe. Tutte quelle immaginazioni sono poi confluite nella mia composizione Voci di Guerra. Quando ho composto quella musica ho sentito che dentro di me, per così dire, si chiudeva un cerchio, e che anch’io avevo fatto i conti con il mio passato.

La conoscenza della storia dunque serve ad illuminare anche noi stessi, le nostre radici.

 

 

Parliamo ora di ambito umanistico in generale: secondo il tuo personale parere essendo tu interprete ma anche un creativo conoscere, acculturarsi di libri, poesie, romanzi, composizioni giova sempre allo spirito creativo, oppure c’è il rischio del fenomeno contrario, e cioè che più ci si accultura, più si esplorano gli sterminati territori di ciò che è già stato ideato, più ci si convinca che sia già stato tutto inventato, pensato e detto, e che quindi ben poche chances di vera originalità siano rimaste all’artista odierno?

 

Il rischio di un condizionamento eccessivo, forse, c’è. Questo naturalmente non significa che non sia necessario formarsi sulle opere dei grandi che ci hanno preceduto. Il mancato approfondimento delle opere dei classici non può che portare ad un atteggiamento dilettantistico di fronte alla creazione artistica. Il tema è certamente complesso, ma posso rispondere a questa domanda descrivendoti come mi comporto io. Cerco di tenere piuttosto separati i momenti di studio da quelli creativi nell’arco della giornata. Effettivamente sono due momenti distinti, e ognuno dei quali richiede abilità diverse. Però forse sarebbe anche da abbattere quel pregiudizio che qualifica lodevole solo l’opera d’arte che è originale. Oggi sappiamo che perfino Mozart copiava. Dunque un giudizio estetico ben formulato non può tenere conto solo dell’originalità, ma di tutta un’altra serie di criteri.

 

 

Cosa può fare l’arte per questa società italiana malata, estremamente vulnerabile, afflitta fin dalla radice da problemi di vario tipo, psicologici, sociali, etici, politici, economici?

 

C’è troppo conformismo in questa nostra società. L’arte può offrire spiragli di libertà. La creatività, lo sguardo “obliquo” dell’artista, la contemplazione della bellezza variamente intesa, gettano una luce sui tanti enigmi e misteri dell’uomo, sulla sua interiorità, ma anche, indubbiamente, sullo stato di salute di una società. Guardavo qualche giorno fa un dipinto di Rembrandt, uno dei suoi ultimi autoritratti, quello famoso per i cerchi sullo sfondo. Appare un uomo sconfitto, vecchio, stanco e sofferente. Eppure quanta dignità e stima di sé in quello sguardo! Sembra proprio che per Rembrandt l’arte rappresenti l’ultima forma di difesa contro la morte, la miseria e la solitudine. E quello sguardo ha effettivamente attraversato i secoli e ci parla come se fosse stato dipinto ieri, parla a tutti noi. E’ questo il miracolo dell’arte, quello di aiutarci a vedere le cose in modo diverso. Nulla è mai come sembra.

 

Cosa manca secondo te a questa società per essere migliore e per ritrovare (o per trovare per la prima volta) una vera armonia? Cosa può fare ognuno di noi per renderla migliore?

 

Bella domanda ma non credo di essere in grado di rispondere in modo soddisfacente. Comunque tenterò. Penso che la paura verso tutto ciò che appare diverso, o lontano, o anche non comprensibile, non deve scoraggiarci. L’uomo è un essere animato da molta curiosità, e secondo me non bisogna mai perdere la capacità di stupirsi di fronte alle cose che appaiono nuove o non conformi alla tradizione. La paura verso le cose che non conosciamo non deve tramutarsi automaticamente in odio. E questo vale per tutti gli aspetti della nostra esistenza. La paura a volte si maschera nell’arroganza con cui si dice, o a volte solo si pensa, “io ho ragione e l’altro ha torto”. Altra forma pericolosa è il ritenere che un’idea per il solo fatto di essere più popolare di un’altra sia per forza di cose quella giusta. E infatti lo stato di salute di una democrazia, ma in generale di qualunque contesto, si misura sulla capacità di tutelare i diritti delle minoranze e degli individui.

 

Uno dei modi migliori per conoscere se stessi (l’antico motto socratico è sempre straordinariamente attuale) è probabilmente quello di capire con quali personaggi della storia o del presente si avverte una certa affinità, concordi su questo? E questo certo presuppone conoscere la storia a fondo e documentarsi sul presente in modo molto serio. Altre modalità che tu vedi utili per conoscere se stessi?

 

Assolutamente. C’è una visione della cultura intesa come nozionismo che impone solamente un modello del sapere enciclopedico. Ma se a me un poeta o uno scrittore, o un personaggio storico non piacciono, non vedo perché dovrei approfondire in modo minuzioso la sua biografia e le sue opere. Tanto per fare un esempio trovo che Alessandro Manzoni sia piuttosto sopravvalutato come scrittore. E in ogni caso a me non piace. Ora, se si è a scuola è giusto e doveroso studiarlo, ma per mia cultura personale, o per divertimento, no. Per rispondere alla tua domanda: che cosa posso capire di me stesso leggendo Manzoni? Poco o nulla. E dunque evito di leggerlo. Ma per poter operare queste scelte bisogna avere una certa maturità, e per l’appunto essersi incamminati in un percorso di conoscenza di sé.

 

 

Un cenno sui tuoi progetti per il futuro e sui tuoi prossimi impegni…

 

Ho altra musica per pianoforte che cercherò di pubblicare, e una composizione in un movimento unico di oltre mezz’ora per coro e orchestra che spero di poter mettere in piedi quanto prima.

Ho scritto altri libri che a breve conto di pubblicare, ma su questo preferisco lasciare il mistero…

 

 

 

 

 




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MUSICA
TEATRO Contemporaneo Poesia
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